America’s day

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America’s day

S’è visto un intero popolo, un’intera nazione dietro il nuovo Presidente

di Alfredo Labate Grimaldi (22.01.2009)

Presenti tutti gli ex Presidenti ancora viventi, con mogli e familiari, presente, naturalmente  al gran completo, il Congresso e tutti… tutti quelli che contano nell’establishment americano.

Nessuno ha marcato visita per antipatia, o perché del partito avverso, o perché non voleva fare solo da comparsa…. come asserito molto italianamente dal nostro presidente del Consiglio dei Ministri!

Altra politica, altra mentalità, altra cultura, altra civiltà, quelle americane!

Tutti… tutti dietro un unico capo, dietro un’unica bandiera tutti con il Paese e per il Paese.

Perché  – badate! – non è il giorno di Obama, come sembra, ma è, più ampiamente, il giorno dell’America, che ogni quattro anni sceglie il proprio capo e festeggia così la propria democrazia la propria esistenza, la propria essenza d’esistere.

E tutti… tutti erano francamente, sinceramente sorridenti, contenti, strafelici e si vedeva, perché, dopo una campagna elettorale – solitamente una delle più feroci e senza esclusione di colpi, anche i più bassi –  si mettono tutti dietro al vincitore  e si rema … pro America.

Tutti felici, dicevamo, quasi come una festa di famiglia, dove ci si incontra dopo qualche anno e s’indossa il vestito più bello!

Insomma… tale e quale come in Italia! Non c’è che dire…

Ennesima lezione dataci dalla giovanissima democrazia d’oltreoceano e per di più mediaticamente ed in faccia al mondo intero.

Vi confessiamo che se appartenessimo alla classe politica italiana, arrossiremmo e non ci faremmo vedere in giro per giorni nove!

A quest’aria di festa ha certamente collaborato la tersa giornata d’un cielo azzurro – sul quale si stagliava , con un candore quasi virginale, la cupola del Campidoglio di Washington – da far concorrenza alla cravatta anch’essa azzurro cielo del vice-presidente cattolico Joe Biden, di 67 anni, venti più del presidente, ma uomo interessante come un attore della Hollywood degli anni d’oro del cinema.

Ecco, ora vogliamo uscire dalla solita scaletta che si segue in queste circostanze e fare delle semplici spigolature, pizzicando e spizzicando qua e là, disordinatamente, andando dal serio al faceto, dalla politica al gossip… insomma, come fossimo stati insieme, voi e noi alla festa di ieri, e ora commentassimo, anche, magari, con qualche… spetteguless!…

E… quindi, cominciamo dalle tolette delle Signore!…

Blu intenso e molto elegante, quella di Hillary, novella Segretario di Stato, radiosa nel suo sorriso, nonostante i sessanta suonati (quasi la migliore età per le donne!…).

Tenuta pastello ciclamino, molto fine – anche se non in linea con la temperatura glaciale della giornata – quella della sempre bella Laura – altra ultracinquantenne ancora in fiore, con i suoi occhi dal particolare taglio.

E Michelle! “Grande mise”, appositamente studiata per lei da una emergente firma della haute couture negli States, color giallo oro: donava molto alla nuova “prima Signora d’America”, ieri in smagliante forma, mai tesa, sportivamente prorompente, nella sua grande semplicità e spontaneità che hanno colpito molto favorevolmente l’opinione pubblica americana: ed è stato subito amore, per come si è mossa, per quello che ha saputo esprimere e per quello che pare promettere e che certamente manterrà.

Poi… in romanticissimo abito lungo bianco virgineo, la sera, sapientemente leggiadra al braccio del suo presidente, al gran ballo di gala!

Molto tra le righe, l’abbigliamento della mamma di Michelle, nonna Marian Robinson – settantunenne – che andrà ad abitare alla Casa Bianca, per dare giustamente una mano con le bambine, così da non far loro sentire, troppo spesso la mancanza dei genitori che avranno il loro bel daffare: insomma, come nelle più normali delle famiglie.

Le bambine… quindi…

Malia, decenne, già compresa nel ruolo di prima signorinetta d’America e la piccola Sasha, di sette anni, che salutava continuamente la folla con la manina: poverina, i primi obblighi protocollari, per poter … abitare al 1600 di Pennsylvania Avenue!

Ore 17,05: la 7 è già collegata con Washington e prepara, con servizi vari, i propri spettatori. Facciamo zapping: altrove, neppure il “sentore” di ciò che sta accadendo nella storia mondiale, insomma il deserto.

Su Rai 1… il “tronista” Costantino… sul 2, il milionesimo telefilm, e sul 3… ci stanno insegnando come far riuscire al meglio una bella torta al formaggio…! E così, fino a otto minuti alle 18, quando Rai 3 si degna di aprire il servizio, zeppo, tra l’altro, dei tanti … “soloni” che girano in Rai – sempre gli stessi – e che si parlano addosso, cibandosi delle loro stesse parole: analisi, analisi, analisi politiche, tanto vuoto tutto all’italiana, alcuna concretezza, ma, soprattutto, poco vero giornalismo.

Diversa, opposta, anzi, la situazione sulla 7 che con sole due persone in studio più la conduttrice fa un servizio giornalistico agile, leggero, svelto e pur ricco di comunicazione politica.

No comment.

Perdonateci la malignità! Che sia venuto qualche ordine dalle alte sfere, di sottacere l’avvenimento e non dargli spessore?

Giulio Andreotti – l’immarcescibile “Divo Giulio” – ci ha insegnato che a pensar male si fa peccato, certo, ma… spesso ci si azzecca!…

Torniamo a Washington!

Ore 12: dalla porticina del Campidoglio che dà sulla scalinata terrazzata, lungo il corridoio che vi ci conduce, appare la figura di  Barack Obama.

E’ serio, ufficiale, contratto, quasi tirato in volto, cammina lentamente, compreso nel ruolo e conscio delle gravissime responsabilità che gli stanno per cadere sulle spalle, ma anche in sintonia con l’ufficialità della cerimonia che “sente” molto.

E’ misurato e visibilmente emozionato. I suoi passi sono quasi studiati, ma l’andatura, però, sotto, sotto, è la sua: dinoccolata, giovanile!

Cappotto nero abbastanza lungo, camicia bianca, cravatta rosso vivo a piccoli pallini bianchi.

Alle ore 12,06 in punto, ora di Washington, quando giura, incespica, si ferma… poi gli occhi di Michelle fissi nei suoi e quasi materni – ah le Mogli, quali dolcissime creature quando ci fan da Mamme – gli danno coraggio ed è…

…il 44° Presidente della Storia degli Stati Uniti di America!

Il discorso.

Reale, antiretorico, a braccio, in cui quasi chiaramente, facendo riferimento ai rapporti con le altre Potenze del mondo, dice che è la diplomazia che deve andare avanti a scapito della guerra.

Non c’è un “We can!”, ma ne è intessuta la trama intera. Anzi, più di “Noi possiamo”, è zeppo di noi… “dobbiamo”!

Come quando dice che la crisi è enorme, però “la sconfiggeremo, ve lo prometto!”

E poi… “Abbiamo scelto la Speranza, non la paura!”

Ancora: ” Dobbiamo risollevarci, levarci la polvere di dosso e andare avanti!”

“Dio ci ha promesso che tutti dobbiamo essere liberi, felici!”

E rivolto poi agli altri popoli della Terra… “Sappiate che l’America è amica di tutti: dalla più grande capitale, al villaggio più piccolo… come quello di mio padre…”.

E rivolgendosi a coloro che praticano il terrorismo, dice pacatamente, amichevolmente, ma con fermezza… “Aprite il pugno! voi vi sbagliate, e non ci sconfiggerete, perché noi siamo una Nazione “unita” di Cristiani, Musulmani, Ebrei, atei…”

Non ha trascurato una puntata sull’ambiente: “Sconfiggeremo il surriscaldamento del Pianeta” ed ha dato speranza ai Paesi in via di sviluppo, quasi proclamando…”Nazioni povere, noi vi aiuteremo!”

Ha finito poi, Obama, con…

…”Dio vi benedica…

… e Dio benedica gli Stati Uniti d’America!”

Un discorso che ha rifuggito la retorica, un discorso che non ha voluto ignorare i grossi problemi dell’America e del mondo, ma un discorso, anche, che ha voluto risvegliare “lo Spirito dell’America”, ch’è quello dei pionieri.

E alla fine, come da copione, l’orecchiabilissimo inno americano che naturalmente tutti hanno sentito il piacere ed il dovere di cantare, da Obama, a Michelle, a Biden…

Intanto, un’ottima regia televisiva inquadrava la bandiera americana che garriva ad un provvidenziale anche se gelido vento.

E a noi cosa rimane da dire?

Che dal 20 di gennaio, abbiamo una speranza in più ed una paura in meno.

Quasi doveroso, quindi, aggiungere…

“Good luck, Barack!”

Finita qui? Noo!

E la sera balli a tutt’andare!

La coppia presidenziale naturalmente, è dovuta intervenire a tutti, almeno la presenza, almeno un giro per ognuno e… ne erano dieci!

Ma ci voleva! come ogni sogno, esige al suo termine.

E allora… che sogno sia!

Almeno, nessuno ci vieta di sperarlo.

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