“Io… speriamo che me la cavo”

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Paolo Villaggio

“Io… speriamo che me la cavo”

Storie… di ordinaria disoccupazione

di Alagrim (05.06.2008)

« … a 40 anni m’hanno detto che sono vecchia per lavorare… e allora, m’arrangio.
Questa è la storia del mio lavoro… o meglio del mio “non lavoro”. Perché lavoro solo quando mi chiamano: della serie “oggi lavoro… domani non so”!… Mi chiamano quando una s’ammala, oppure quando è in infortunio. Poi, loro guariscono, ed io… torno a casa. Così non s’aiuta la famiglia ed è più la spesa che l’impresa.»
E’ una signora giovane, a parlare così!
«Lavora, diciamo per un paio di scarpe, insomma?»
«Macché… dica pure solamente per le calze!»
«Ma… ha fatto altre domande di lavoro?»
«E come!… m’hanno detto ch’era inutile, perché sono vecchia… e alla fine mi sono scoraggiata!»
«Signora… non lo dica a suo marito, perché altrimenti, la cambia subito e se ne prende una di 25!»
Ce la caviamo con una battuta per sdrammatizzare la cosa, perché ci pare tutto, molto grottesco.
Ma…  tragicamente pensiamo che una persona, a furia di sentirselo dire, alla fine finisca pure per crederci che a quarant’anni sia già da “buttar via”!
Questa non vuol’essere una delle solite inchieste sulla disoccupazione.
Non amiamo il giornalismo parolaio, salottiero, quello delle analisi; preferiamo, invece, il giornalismo di denuncia, quello a favore della “persona”, quello del “parla come mangi!”.
Così, solo con il nostro registratore, siamo partiti a caccia di storie e di persone.
I protagonisti sono i nostri intervistati, le loro storie, il nostro microfono.
Altro giro… altra storia!
«Volevo sposarmi… ora sto a spasso…»
A.A., 24 anni, diploma d’Istituto Tecnico Comm.le, viene assunto da un’industria metalmeccanica, qualifica operaio, contratto a t.d. per mesi due; trascorsi i quali, gli viene prorogato il contratto per altri quattro mesi. Il lavoro gli piace, l’ambiente pure, le speranze che quel t.d. si tramuti in t.i. ci sono anche.
E allora? Allora, con la ragazza il tempo dei baci viene rimpiazzato dal tempo dei progetti, comincino a parlare di matrimonio.
«Se mi prendono fisso…», dice lui…
Arriva il giorno della scadenza del contratto e… della liquidazione!
Il tempo dei progetti è finito. E son rimasti… solo i baci.
Ma anche le recriminazioni, i pugni sul tavolo, la sfiducia.
E dare sfiducia ai giovani… è cosa pericolosa assai!
NON  SIAMO  L’AMERICA
ImpiegatiIl culto della flessibilità e l’abominio del cosiddetto “posto fisso” è cominciato da più d’un quindicennio e li hanno sposati, chi più, chi meno, tutti i governi che si sono succeduti, indipendentemente dal colore, anzi ricordiamo -strano a dirsi- che la storia cominciò proprio con un governo di centrosinistra.
Tutti ne sono stati conquistati e sempre a tutti, è parsa la soluzione d’ogni male.
Con l’avvento del centro destra, poi, il boom di… “diventiamo come l’America, dove il posto fisso non esiste” e che… “perso un posto, se ne prende un altro!” ha raggiunto il vertice del “forzitaliapensiero”, ispirato pure dalla storia personale del proprio leader.
E da allora il motto è stato “fare impresa” ed il verbo più in è diventato “intraprendere”.
E l’incitamento che si è voluto dare ai giovani è stato quello di non ammuffire in un Ministero, ma mettersi in gioco tutti i giorni sfidando  e costruendo se stessi, appunto, giorno per giorno.
Ma nulla di più pretestuoso e strumentale.
Perché… non siamo l’America e non siamo in America!
Volendo escludere per comodità di ragionamento che anche lì la disoccupazione c’è -eccome!- diciamo che negli Stati Uniti  c’è un turn-over del posto di lavoro che qui ce lo sogniamo!
Archivio ministerialeLì, il cinquantenne che perde il posto di lavoro o vuole cambiarlo, si ricicla facilmente, perché esistono un continuo aggiornamento e formazione in itinere che consentono a cinquant’anni di candidarsi ancora per colloqui in vista d’un nuovo posto di lavoro.
E perché lì il mercato è veramente fluido, ma, soprattutto la mentalità è diversa.
Poter ricominciare tutto daccapo a cinquant’anni è radicato nella mente pionieristica dell’Americano, sia che chieda un posto di lavoro, sia che lo offra.
E se pure, qui uno a cinquant’anni ha ancora lo spirito di ricominciare, non te lo consentono il mercato del lavoro che giudica fuori mercato, anche un quarantenne e la mentalità imperante che vede il quarantenne già alla soglia del …”pantofolamento”!
«Ho 37 anni. M’hanno detto: “Sei fuori mercato!”»
P.Z, 37 anni, separata, con la voce velata  da uno sconforto profondo, ci dice che si è sentita dir questo alle sue reiterate richieste di lavoro.
«E allora che fai? Ti dai da fare, ti arrabatti, ti attacchi a tutti gli ossi, come quando dissi di sì ad un lavoro di cameriera straordinaria in un pub dalle sei del pomeriggio alle tre di notte e m’hanno messo in mano… 20 euro!
Oppure, quando ho lavorato in una coperativa, dove credevo d’essere messa in regola. Invece, lavoro massacrante da uomini, e in nero.»

«Che faceva?»
«Confezionamento. Questo si trova!
E poi?… E poi lavoricchi, un mese qua, uno là, senza una sicurezza, un futuro, senza mai poter intravedere un porto, senza mai… poter accendere un mutuo!…
Mi sono presentata ad un centro commerciale; il colloquio era andato bene, ma quando hanno sentito che avevo 37 anni, “No, sei troppo grande!”…mi hanno detto.
Quindici giorni fa ho fatto un altro colloquio. Sì, ho fatto una buona impressione, ma … quante volte ho fatto una buona impressione e poi…niente!
Se non va bene, me ne vado in Inghilterra. Lì ho un’amica.
A che fare? Non lo so. Ma meglio che qui!»

Oggi, insomma, non si lavora… ma si lavoricchia. E quando si dice che la disoccupazione è scesa , si fotografa un falso: anzitutto si fotografa un dato di media nazionale e non si nota che al sud è ancora altissima la percentuale dei disoccupati; ma, peggio, si cela il fenomeno che, chi oggi è considerato “occupato”, domani rientrerà nel pentolone dei disoccupati o sottoccupati che dir si voglia.
Il sistema lavorativo che con varie piccole diversità, si è introdotto in Italia ancor prima -dobbiamo ricordarlo! – della famigerata legge Biagi,  è solo precarietà permanente. E’ sfruttamento della persona, è un malessere profondo che si propaga, subdolo, fin nelle viscere della nostra Società.
M.A., 20 anni, primo anno di Economia.
Alta, mora, sicura di sé, alle nostre domande sul fenomeno disoccupazione, rimane in silenzio,indugia, quasi non vuole rispondere, guarda in basso.
Poi d’un tratto ci stampa gli occhi in faccia, si apre in un sorriso e ci spara:
“IO…SPERIAMO CHE ME LA CAVO!”

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