La morte è mia e me la gestisco io!

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Welby

La morte è mia e me la gestisco io!

La donna, malata terminale, rifiuta la tracheotomia

a cura di Daniela Rindi (03.06.2008)

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Amedeo Bianco, sostiene che è sbagliato parlare di testamento biologico nel caso della sig.ra Vincenza Santoro Galani, ma piuttosto affermare il principio di autodeterminazione del paziente. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, concorda: «Si tratta solo di un`applicazione del diritto garantito dalla Costituzione di rifiutare le cure; la paziente era pienamente cosciente. ». 
Una dura condanna, invece, arriva dal Vaticano, dal cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della Salute che, sostenendo la tesi del testamento dichiara : «Non c`è nessuna legge italiana che prevede l`applicazione del testamento biologico; se una persona decide di togliersi la vita compie un suicidio, se lo fa per un`altra persona commette un omicidio, qualsiasi legge rappresenta un`apertura all`eutanasia».

WelbyA questo punto siamo confusi ed è utile una precisazione.
Riportiamo le parole di Umberto Veronesi:

Eutanasia significa letteralmente “dolce morte” e indica il porre fine alla vita di una persona malata, in risposta a una sua specifica richiesta, che viene espressa in piena coscienza perché egli giudica insopportabile la condizione di sofferenza causata dalla sua malattia.
Il testamento biologico riguarda invece i casi in cui il malato, al contrario, non potesse, per una sopravvenuta incapacità – come nel caso di un grave incidente – esprimere consapevolmente e personalmente la propria volontà circa le cure a cui desidera o non desidera essere sottoposto. Quindi è vero che testamento biologico ed eutanasia riguardano il tema “fine della vita” ma sono due problemi diversi e logicamente separati.

Ma a noi, in fondo, c’importa tanto conoscere questa differenza?

Queste sottili difformità lasciamole agli avvocati e ai politici. La domanda è:

E’ giusto, come esseri umani pensanti, avere il diritto di chiedere di morire, quando la sofferenza fisica e psicologica diventa insopportabile? Se il desiderio è quello di porre limite alla nostra vita, è inutile disquisire se si tratti di suicidio o omicidio. La legge dovrebbe chiarire la faccenda e come Dio lanciare il suo “anatema”: – Sì, puoi morire!- oppure – No, non puoi!-.

Come si può, però, sostituirci alla sentenza di Dio?

Questa valutazione viene spontanea ai cattolici,  nessuna legge umana può permettersi tanto, eliminando ogni dubbio, togliendosi così dall’increscioso imbarazzo di prendere una decisione . Dall’altra parte ci sono invece gli atei che, negando l’esistenza di un Dio, considerano l’uomo libero di gestire la propria sofferenza, la propria morte.

Capite bene, cari lettori, che  non si arriverà mai a risolvere questa diatriba secolare, nata con l’uomo, la sua cultura, il suo credo e la sua innata capacità di contraddizione!

Negare la  possibilità di scelta è negare la libertà dell’individuo.

Costituzione della Repubblica Italiana, art. 13:

“La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.”

Nuovo Testamento, San Paolo, Lettera ai Galati:

“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù…[…] Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia.”

Uno dei rari passi (se non l’unico) in cui San Paolo parla di libertà. Solo che si sta riferendo alla “circoncisione”…

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